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Märi"Il giornalista è lo storico dell'istante"(Albert Camus) October 20 VbgFinalmente è arrivata la prima vittoria!!! Bravi ragazzi che a Venezia hanno combattuto come leoni punto a punto per 40 minuti!!! PallaVolley: Intervista a Monica De Gennaro Ehilà. Questa settimana ho iniziato a collaborare con la Minetti Vicenza di Volley A1. Questa è la prima puntata. Citazione YouTube - PallaVolley 2: Monica De Gennaro October 12 PartitaOggi seconda partita in casa dei ragazzi del Vbg, "nuova gestione". Ce la faranno i nostri eroi a portare a casa, anzi a tenersi in casa i primi due punticini? Alle 19.45 il verdetto! Speriamo che i "bimbi" nuovi ingranino, dai... Quindi: Forza Ragazzi! September 16 Morire a trent'anniUn titolo triste, è vero, ma è un po', circa un mese, che volevo scriverlo. L'8 agosto, mentre a Pechino iniziavano le olimpiadi e i miei genitori festeggiavano i 32 anni di matrimonio si spegneva una vita. Una persona decideva che non valeva più la pena di stare su questo mondo, di continuare a lottare. Una collega, una ragazza bella, giovane, brava, non ce la faceva a continuare e sceglieva di gettare la spugna. Non la conoscevo bene, ci avevo parlato qualche volta, ma mi era sembrata una bella persona. Le sensazioni "a pelle" a volte valgono molto di più di tante valutazioni. Quello che non mi sarei mai aspettata era questa fine così imprevista, tragica, apparentemente immotivata e assurda. Aveva avuto qualche problema di depressione - ho saputo poi - ma chi non ne ha uno durante la vita? I genitori, forse, quella sera, lasciando casa sua avevano intuito che qualcosa non andava, che c'era qualcosa di strano. Ma non hanno risuonato il campanello. Una telefonata, un "per favore chiama dopo, sono incasinato", una frase detta chissà quante volte quando si sta finendo di lavorare. Ma che in quel momento è suonata come un abbandono. Un cellulare che magari, se avesse squillato in quel momento maledetto, lo avrebbe rotto, e magari lei sarebbe ancora qui. O no. Nessuno può saperlo. Nessuno può sapere cosa passa per la mente di una ragazza di trent'anni che decide di farla finita. Forse tutto questo è solo retorica, ma era quello che sentivo dentro da allora e che non avevo ancora scritto. Ciao Elisa. RieccociBeh, è passato un po' di tempo dalla mia ultima riflessione, ma forse vale la pena riprendere. In questi mesi non sono successi fatti eclatanti, ho lavorato, sono andata in vacanza a Numana e Termoli (consigliatissima l'osteria "Pepe Nero", si mangia benissimo e il padrone è fuori di testa).
No, mi sbaglio, uno sconvolgimento c'è stato: ho cambiato casa! Una casa molto più grande e bella di quella di prima, con giardino dove prima o poi arriverà un cane. E la sto ancora sistemando... è ancora un cantiere, ma intanto abbiamo inaugurato il barbecue: ottimo! May 03 Elogio della sublime convivenza - augurioCiao ciao, questa sera mi sto ascoltando il cd di Max Gazzè e devo dire che oltre a "Il solito sesso" (bellissima), mi piace veramente tanto "Elogio alla sublime convivenza". Il ritornello è troppo tenero: "Quando verranno/gli anni dei ricordi/ci troveranno ancora uniti e forti/sereni per quel che noi siamo stati/per quello che saremo". E' l'augurio che voglio fare a me stessa e a tutte le coppie. February 09 Popolo delle LibertàEbbene sì, anche il centrodestra ha scelto la strada dell'unità, di un grande partito dei moderati che vada unito alle elezioni. Se ne parlava da tempo ed era una scelta auspicabile sul piano politico, verso un bipolarismo come quello che esiste in tanti paesi occidentali, leggi Inghilterra, Germania, Usa. Una scelta che, ne sono convinta, sarebbe ottimale fosse sposata anche dall'Udc di Casini, con conseguente, e già annunciata, federazione della Lega, troppo particolare ed identitaria per sciogliersi nel "partitone". Ma non è un caso se questo intervento è scritto in azzurro, che non è quello di Forza Italia o della Nazionale di calcio. Piuttosto è quello di chi da anni ha votato An ed è stato attaccato ad una destra di governo moderna ma ferma su certi valori ben identificati dal partito. Di chi si riconosceva in un progetto politico che manteneva comunque una la fiamma almirantiana pur guardando al futuro, ed è stato sempre contrario alla sua rimozione dal simbolo. Ora da una parte c'è la soddisfazione per una scelta politica che avrà come conseguenza naturale il premierato di Fini dopo un ultimo mandato berlusconiano, magari con il Cavaliere al Colle, come si vocifera, ma anche la tristezza di chi vede la scomparsa del proprio simbolo e teme un "annacquamento" dei valori della destra, la difficoltà di ritrovare questa identità in un soggetto più marcatamente laico e liberale, meno strettamente legato a tradizioni e valori. Forse il cuore "tira indietro" la mente, ma il ricordo del congresso di Bologna del 2002, dal titolo "Vince la Patria, nasce l'Europa", mi fa ancora venire la pelle d'oca. E mi chiedo quanto il concetto di Patria si sposi con quello più politico di "popolo delle libertà".
Si vedrà, intanto è il momento di elaborare il cambiamento. E di aspettare di raccogliere i frutti di questa scelta. January 17 Censura a Benedetto XVIRieccoci qui a parlare del Papa, ancora una volta attaccato da laicisti della domenica che non avrebbero avuto nulla da ridire se all'inaugurazione dell'anno accademico a La Sapienza fosse stato invitato un imam. Riporto integralmente il discorso che Benedetto XVI avrebbe letto se non fosse stato costretto ad annullare la visita, così potete farvi un'opinione precisa: Magnifico Rettore, È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio". Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere. Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità. Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica. Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università. È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta. Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma. Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Dal Vaticano, 17 gennaio 2008 November 10 Un po' meglio...Dall'ultima volta per fortuna va un po' meglio... Beh, prima cosa è uscito un pezzo su Libero, segno che lì non ci sono problemi. Poi devo fare due pagine speciali su un'associazione di volontariato che sta creando un villaggio per bambini in India. Infine, ma non per rilevanza, ieri ho fatto un'offerta per una casa dopo mesi che ne cercavamo una. Tra pochi mesi potremmo avere una villetta tutta per noi! October 26 Pessimo periodoOctober 11 Dove eravamo rimasti?Mamma mamma quanto tempo che non scrivo... più di un anno...
Dal punto di vista sentimentale tutto benissimo. Dopo un anno e qualcosina siamo costantemente in luna di miele, quindi non potrebbe andare meglio di così. Ora come ora penso di aver finito. Se mi vengono in ,mente altre novità le scriverò. Quindi miao a tutti e buona notte. October 05 Discorso di Benedetto XVI all'Università di RatisbonaHo trovato la traduzione del discorso del Papa a Ratisbona. Vi sfido, invece, a trovare qualcosa di offensivo... Fede, ragione e università. October 02 Rapito il seggio di Zapatero. E quello di Prodi?
Cupe vampe - CsiCUPE VAMPE
Di colpo si fa notte , s'incunea crudo il freddo
La città trema Livida trema Brucia la biblioteca, i libri scritti e ricopiati a mano Che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna S'alzano i roghi al cielo
S'alzano i roghi in cupe vampe Brucia la biblioteca degli Slavi del Sud, europei dei Balcani
Bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe e le memorie, l'aiuto degli altri S'alzano i roghi al cielo
S'alzano i roghi in cupe vampe S'alzano gli occhi al cielo S'alzano i roghi in cupe vampe S'alzano gli occhi al cielo S'alzano i roghi in cupe vampe S'alzano i roghi al cielo S'alzano i roghi in cupe vampe Di colpo si fa notte e s'incunea a crudo il freddo
La città trema Come creatura... Cupe vampe, livide stanze Occhio cecchino, etnico assassino Alto il sole, sete e sudore Piena la luna, nessuna fortuna Ci fotte la guerra che armi non ha Ci fotte la pace che ammazza qua e là Ci fottono i preti, i pope e i mullah L'ONU, la NATO, la civiltà Bella la vita dentro un catino Bersaglio mobile di ogni cecchino Bella la vita a Sarajevo città Questa è la favola della viltà Geografia del calcioA Roma l'esame in"Geografia del calcio"29-09-2006Il pallone arriva all'Università
Alla Sapienza di Roma il calcio diventerà materia d'esame. All'interno del corso di laurea in Geografia gli studenti potranno sostenere l'esame in "Geografia del calcio". L'esame, secondo le intenzioni dell'università romana, sarà finalizzato ad un approfondimento di tutti gli aspetti socio-economici, territoriali e mediatici del fenomeno calcio, seguendo un filone della geografia moderna, quello sociale. Non è certo la prima volta che il calcio entra in un aula universitaria, è già stato materia anche di tesi di laurea, ma sicuramente è la prima volta che il pallone diventerà materia di un esame nella facoltà di Geografia. E cosa possono avere in comune il mondo del calcio con la geografia? Secondo l'università La Sapienza di Roma, molto, visto che gli studenti dell'ateneo della capitale potranno, da quest'anno, sostenere un esame in "Geografia del calcio". A presentare l'importante novità nel piano di studi, in attesa della presentazione che avverrà il prossimo 4 ottobre, sono stati Gino De Vecchis, presidente del corso di laurea in Geografia e in Gestione e Valorizzazione del Territorio, e Cosimo Palagiano, direttore del dipartimento di Geografia umana. Il corso universitario sarà finalizzato a un approfondimento di tutti gli aspetti socio-economici, territoriali e mediatici del fenomeno calcio. Non si tratta, come qualcuno poteva pensare, di una disquisizione tecnica sulle diverse metodologie di gioco a seconda della zona del mondo in cui ci si trova, ma dello sviluppo di uno dei nuovi e più significativi filoni della geografia moderna, quella che si interessa degli aspetti sociali. E così il calcio sarà analizzato sotto un nuovo punto di vista, non ci resta che attendere di sapere quanti saranno gli studenti che parteciperanno alle lezioni per vedere se il calcio farà registrare un grande seguito anche nelle aule universitarie. |
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